Il lutto porta con sé uno stravolgimento nella vita dei singoli e delle loro famiglie. Un discorso specifico merita la perdita di un genitore o di una persona cara in adolescenza. Vorrei soffermarmi qui a pensare cosa significa perdere un punto cardine di un sistema, quando parte di quel sistema è ancora in costruzione. Il lutto si subisce: incombe, non si controlla e prorompe con violenza straordinaria. Questa è insieme la definizione di trauma, in cui il ragazzo vive uno shock a cui non può essere preparato.

“COME TENGO INSIEME LA MIA SPINTA A SEPARARMI E L’ENORME VUOTO CHE LA MORTE HA CREATO?”

Questo possiamo immaginare essere uno dei principali conflitti che agitano l’animo del ragazzo. L’adolescente è impreparato alla perdita prematura, così come alle emozioni e alle reazioni che questa suscita in lui; confusione, tristezza, rabbia, paura, senso di colpa e angoscia. Il senso di appartenenza: se l’adolescente costruisce la propria identità a partire da chi è stato e da ciò che ha sperimentato con le figure di attaccamento, nella morte di un genitore è messo di fronte al dover lasciare andare una parte di sé che si stava allenando a separarsi idealmente dal primario nucleo di appartenenza. Messo innanzi al bisogno di ricominciare egli può trovarsi a sperimentare un forte senso di colpa nel farlo, sarebbe come essere sleale nei confronti di chi l’ha lasciato.

“STO MALE E NON RIESCO A SPIEGARTELO”

Quello che è visibile della sofferenza di un adolescente è il suo comportamento; sul fronte dell’aggressività eterodiretta o ego-riferita, dolore che parla nel corpo attraverso sintomi psicosomatici, messo a tacere con alcol e sostanze o con un’inedita relazione disturbata con il cibo; un malessere che incide sulla variabilità dell’umore, della concentrazione (con esiti sul rendimento scolastico) o disturbi del sonno. Come adulto e come professionista della cura non mi aspetto che un adolescente in lutto voglia parlare di emozioni, perché questo conferma il forte vissuto di vulnerabilità che sta vivendo nell’anticamera del suo cuore. Dirsi fragile sarebbe contraddittorio rispetto alla costruzione di un’identità basata sul sentire di potercela fare e di essere al sicuro.

“POTRÒ TORNARE A DIVERTIRMI E SENTIRMI BENE NELLA MIA VITA?”

Nella grande sofferenza protratta nel tempo l’idea di futuro e di investimento su di sé, sulle proprie risorse si obnubila. L’adolescente nel tempo, se non adeguatamente supportato, rischia di cadere in un’aspirale negativa di pensiero da cui temere fortemente di non riuscire ad uscire. L’idea terrifica di una sofferenza perpetua a lungo termine può fare da sedimento a vissuti depressivi e rendere passivo il soggetto.

“VOGLIO VIVERE MA NON POSSO DIMENTICARE”

La morte mette impietosamente di fronte ad un’enorme sfida evolutiva: richiede, impone un riadattamento alla realtà scardinata nei suoi punti essenziali. Sancisce un prima e un dopo: la vita di prima è irriconoscibile, la routine si perde ed il mondo può non apparire più come quel luogo sicuro in cui affermarsi. Le strategie di adattamento che l’adolescente può scegliere variano a seconda della sua personalità e dei significati e degli aiuti che riceve dalla rete sociale di riferimento.

“CHI SONO IO? ORA CHE NON SIAMO INVINCIBILI, SIAMO FRAGILI E VULNERABILI”

Se fino al giorno prima aveva considerato immortali se stesso e le persone vicine, oggi questa credenza si sgretola di fronte all’evidenza. L’adolescenza vorrebbe conquistare il mondo. Per questo motivo, una delle risposte che ci aspettiamo da un adolescente in lutto è la totale chiusura, chiusura in sé, dalla famiglia, dalla scuola, dagli amici; oppure una negazione completa della sofferenza, una finta apertura al mondo, magari coadiuvata da alcool e droghe come anestetici al dolore. In questo senso si può registrare un chiudersi in casa o un non volerci più rientrare.

“PERCHÉ PROPRIO A ME?”

La morte non ha giustificazioni, succede e basta. Quello che la mente e il corpo registrano davanti a lei è un forte senso di impotenza e di ingiustizia. Nell’ingiustizia ci si ritrova e si subisce; le primordiali reazioni umane a questa fanno appello alla rabbia. Essa è normale e adattativa in un primo momento, una corsia preferenziale per ritrovare un senso di controllo sulla situazione, veicolo di distanziamento dal dolore.

“POSSO ANCORA SENTIRMI UGUALE AI MIEI COETANEI?”

Ciò che registra un adolescente che subisce un lutto è un sentimento di estraneità dal resto del mondo, dai suoi coetanei. Questo è sufficiente a comprendere le difficoltà a rimettersi in gioco in campo relazionale. L’identità adolescente si forma anche nella comparazione e nel senso di uguaglianza coi pari. La morte di un genitore lo espone presto ad una vicenda extra-ordinaria, detrattiva, fonte di vergogna. Sebbene la rete sociale, la scuola siano fondamentali sistemi di supporto, quello che spesso avviene è un disinvestimento dalla relazione, sentita come troppo sfidante rispetto ad un senso di valore personale. Ciò che il ragazzo fa nel sottrarsi alle relazioni è semplicemente difendersi da un senso di inferiorità e inadeguatezza rispetto ai pari.

“HO ANCORA BISOGNO DEL TUO AIUTO, ADESSO”

L’adolescente sperimenta un forte bisogno di sentire nuovamente il mondo attorno sicuro e normale e può manifestare una reale difficoltà di relazione con gli adulti di riferimento: da un lato dipendenza-attaccamento dai famigliari dall’altro aggressività-insofferenza nei confronti delle regole familiari; la sfida è complessa, capire come tenere insieme, da un canto l’offerta di sostegno dei familiari, dall’altro muoversi verso l’esplorazione autonoma del mondo esterno. Una presenza solida, costante e affettiva dell’ adulto – genitori, parenti, amici, insegnanti – è cruciale nella fase del lutto, per accompagnarlo a stare nella tristezza e nel dolore e lenire il senso solitudine e isolamento. Per garantire una presenza solida, l’adulto deve essere un riferimento ben ancorato a terra. La famiglia è il primo sistema che può accogliere e curare le ferite oppure può ammalarsi col singolo: da ambiente di resilienza a nucleo di blocco comune, in cui il sintomo di uno è cassa di risonanza per il malessere di tutti. La mancata elaborazione di un lutto può intaccare la competenza ed il funzionamento di tutto il sistema compromettendone capacità relazionali ed evolutive.

IL TEMPO TALVOLTA NON BASTA

Il periodo di lutto considerato normo-tipico è di circa un anno; quando la sofferenza e i vissuti soverchianti ostacolano il vivere quotidiano dopo un anno dell’evento è bene rivolgersi a professionisti della cura. Io, in questo ruolo, accolgo la sofferenza del ragazzo ascoltando anche quella di chi gli sta intorno, in quanto testimoni e risorsa per il cambiamento.

d.ssa Marta Lanfranco

 

Bibliografia

Di Caro S., (2017), “La psicoterapia del distacco, dinamiche intrapsichiche, funzionamenti familiari e trattamento del lutto in terapia relazionale”

Oppenheim D., (2000),“Dialoghi con i bambini sulla morte. Le fantasie, i vissuti, le parole sul lutto e sui distacchi”

Contatti

Dott.ssa Stefania Macchieraldo

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