La maternità è a lungo attesa e desiderata da molte donne. Ma il mito della maternità come il momento più bello della vita, di amore assoluto tra madre e figlio, non è realistico, anzi, può produrre molti danni impedendo alle donne di in difficoltà di sentirsi legittimate a chiedere aiuto.

Recenti statistiche mostrano che 2 donne su 10 soffrono di un problema di salute emotiva durante la gravidanza e nel primo anno dopo il parto.

Di queste donne ben il 75% non sarebbe adeguatamente seguito in questo momento delicato.

La gravidanza, infatti, implica dei cambiamenti fisici e comportamentali che si manifestano nel corpo e nel cervello delle mamme e, se non correttamente riconosciuti e accolti, possono causare difficoltà a molte donne. A differenza di un tempo, inoltre, le donne si trovan tendenzialmente più sole ad affrontare questo momento.

Cosa è possibile fare? Tre consigli:

  1. Parlare di quello che si sta vivendo, dei sentimenti che si provano, dei pensieri che si hanno e, se necessario, chiedere aiuto: alle persone vicine per le incombenze pratiche, ad un professionista della salute se il peso emotivo è elevato.

    Parlarne senza vergogna, è normale sentirsi in difficoltà e, a volte, avere anche pensieri conflittuali e provare emozioni inaspettate come la rabbia e la tristezza

  2. Sbalzi d’umore ed ansia in parte possono essere normali, ma non si deve sottovalutare come ci si sente, soprattutto se i disagi durano a lungo e sono piuttosto intensi. In ogni caso, prima si affronta la questione meglio è, per evitare che la situazione diventi difficile e quindi più faticosa da recuperare.

  3. Non sentirsi in colpa se non si sta come si era immaginato (o come ci avevano fatto credere accadesse), non ambire ad essere per forza felice e che tutto sia perfetto. Il “mito della maternità” ovvero che una madre durante la gravidanza e a maggior ragione quando ha il bimbo in braccio, debba essere raggiante, felice e completamente appagata è falso e fuorviante, può accadere, ma spesso è molto più complesso e altre volte addirittura molto lontano dalla realtà. Ciò è semplicemente naturale e piccolo a grande che sia il disagio provato da una mamma richiede solo una cosa: ascolto e aiuto.

    d.ssa Stefania Macchieraldo - Psicologa-Psicoterapeuta - 340.74.60.184

In tempi difficili come questi è fondamentale prendersi cura si se stessi per accrescere resilienza e benessere nonostante le condizioni esterne. 

Per questo motivo ho messo a punto una serie di formazioni durante le quali imparare a stare meglio, in compagnia, in sicurezza, immersi nella natura: percorsi in piccolo gruppo di Mindfulness all'aria aperta per prendersi cura di sé stessi, liberarsi dallo stress, vivere e nutrirsi in modo equilibrato.

 

 

Le formazioni possono seguite singolarmente o in abbinamento in base ai propri interessi.

 

MINDFULNESS FULL: corso base in otto moduli per apprendere ed applicare la Mindfulness nella propria vita

Da Aprile. Tutte le informazioni qui sotto.

MINDFULNESS EATING: il corso dedicato al rapporto con l'alimentazione e il suo miglioramento attraverso la meditazione

Da Maggio. A breve ulteriori informazioni.

MINDFULNESS RELAZIONALE: laboratorio seminarle durante il quale si applica la meditazione alla comunicazione nelle relazioni interpersonali

Inizio Giugno. A breve ulteriori informazioni. 

MINDFULNESS EATING BAMBINI: percorso dedicato all'alimentazione dei bambini e coinvolge i piccoli e i loro genitori o adulti di riferimento

Da Maggio. A breve ulteriori informazioni.

 

DOVE?

A Cavaglià in provincia di Biella, a 50 minuti da Torino e 60 da Milano.

La pratica si svolgerà presso il giardino di Kimila - Teatro dell'Anima - immersi nella natura tra laghi e boschi.

Il corso verrà erogato in presenza in piccolo gruppo, osservando tutte le precauzioni necessarie in materia di prevenzione Covid.

Gli spostamenti verso il luogo dell'incontro sono sempre consentiti, anche in zona rossa, in quanto sede di attività cliniche.

 

MINDFULNESS FULL - Percorso Base Protocollo Completo in 8 moduli

La Mindfulness è l'allenamento ad un'attitudine mentale che ci consente, attraverso la pratica, di conoscere come la funziona nostra mente e, soprattutto, imparare ad utilizzarla al meglio per vivere bene con se stessi e con gli altri.

Durante gli incontri apprenderemo ed esploreremo gli otto passi attraverso cui le evidenze scientifiche affermano e dimostrano che meditando si può migliorare notevolmente ed in modo duraturo la qualità della propria vita, prevenire ansia e depressione, migliorare il proprio benessere, rendere le proprie relazioni più appaganti e molto altro ancora.

Inoltre, durante l'apprendimento della pratica di Mindfulness verrà posta particolare attenzione alla possibilità di fruire dei benefici e delle sinergie legati al valorizzare le risorse del gruppo oltre che dei singoli con modalità tipiche dei metodi attivi.

Ulteriori approfondimenti sulla Mindfulness http://www.kimila.it/mindfulness

 

DATE

  1. domenica 11 aprile - 10,30-13,00

  2. sabato 17 aprile - 10,30-13,00

  3. sabato 24 aprile - 10,30-13,00

  4. domenica 2 maggio - 10,30-13,00

  5. domenica 9 maggio - 10,30-13,00

  6. sabato 15 maggio - 10,30-13,00

  7. domenica 23 maggio - 10,30-13,00 + 14,00-16,30

 

PROGRAMMA dell'intero percorso

Cos'è e cosa non è la Mindfulness.

Le posizioni della meditazione.

Imparare ad ancorarsi nel qui ed ora con il respiro.

Iniziare ad imparare a conoscere il funzionamento della propria mente.

Disinnescare i piloti automatici.

La meditazione attraverso il corpo.

Il bodyscan.

Meditazioni statiche ed in movimento.

Meditazioni formali ed informali.

Meditazioni in movimento

L'esplorazione dei propri limiti e delle reazioni ad essi

Riconoscere e capire il sistema di allarme corporeo

Indicazioni ed esercizi per proseguire la pratica a casa

Meditazione dei tre minuti (versione base)

Meditazione dei suoni

Meditazione dei suoni e dei pensieri

La sperimentazione e la scoperta di come funziona la nostra mente

Il decentramento rispetto ai nostri pensieri

Indicazioni ed esercizi per proseguire la pratica a casa

Elementi di fisiologia dello stress

Gli schemi relativi agli eventi spiacevoli

Le sensazioni corporee: differenza tra pensiero verbale ed emozione

Pratica meditazioni corpo e respiro, suoni e pensieri

Meditazione dell'esplorazione delle difficoltà

La meditazione nella comunicazione interpersonale

Coltivare la gentilezza e la compassione

Coltivare l'amicizia per noi stessi

Pausa di tre minuti evoluta (con tre diverse opzioni)

Imparare ad intrecciare le pratiche di consapevolezza in base al momento ed alle nostre necessità

Meditazione di Gratitudine

Immettere la consapevolezza nella propria quotidianità attraverso l'identificazione della motivazione positiva

 

COSTI

Costo standard: 320 euro tutto il percorso

Costo agevolato*: 240 euro tutto il percorso

*per chi è già in altri percorsi presso Kimila

*per chi è in coppia o famiglia

*per chi “porta un amico”

 

Possibilità di ri-frequentare il corso per ha già svolto il corso completo presso Kimila:

contributo 10 euro a incontro

 

I costi comprendono:

  • erogazione del corso

  • indicazioni per proseguire a casa la pratica (pratiche formali, informali, disabituatori, esercizi)

  • materiali didattici in pdf

  • tracce audio per accompagnare la meditazione

  • invito per partecipare a sessioni aperte e conferenze in programma presso Kimila

  • attestato di partecipazione (per chi completa tutti e 4 i moduli)

  • agevolazioni sui corsi di approfondimento (mindfulness eating e mindfulness relazionale)

 

Info e prenotazioni: D.ssa Stefania Macchieraldo – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. – 3407460184

 

Il lutto porta con sé uno stravolgimento nella vita dei singoli e delle loro famiglie. Un discorso specifico merita la perdita di un genitore o di una persona cara in adolescenza. Vorrei soffermarmi qui a pensare cosa significa perdere un punto cardine di un sistema, quando parte di quel sistema è ancora in costruzione. Il lutto si subisce: incombe, non si controlla e prorompe con violenza straordinaria. Questa è insieme la definizione di trauma, in cui il ragazzo vive uno shock a cui non può essere preparato.

“COME TENGO INSIEME LA MIA SPINTA A SEPARARMI E L’ENORME VUOTO CHE LA MORTE HA CREATO?”

Questo possiamo immaginare essere uno dei principali conflitti che agitano l’animo del ragazzo. L’adolescente è impreparato alla perdita prematura, così come alle emozioni e alle reazioni che questa suscita in lui; confusione, tristezza, rabbia, paura, senso di colpa e angoscia. Il senso di appartenenza: se l’adolescente costruisce la propria identità a partire da chi è stato e da ciò che ha sperimentato con le figure di attaccamento, nella morte di un genitore è messo di fronte al dover lasciare andare una parte di sé che si stava allenando a separarsi idealmente dal primario nucleo di appartenenza. Messo innanzi al bisogno di ricominciare egli può trovarsi a sperimentare un forte senso di colpa nel farlo, sarebbe come essere sleale nei confronti di chi l’ha lasciato.

“STO MALE E NON RIESCO A SPIEGARTELO”

Quello che è visibile della sofferenza di un adolescente è il suo comportamento; sul fronte dell’aggressività eterodiretta o ego-riferita, dolore che parla nel corpo attraverso sintomi psicosomatici, messo a tacere con alcol e sostanze o con un’inedita relazione disturbata con il cibo; un malessere che incide sulla variabilità dell’umore, della concentrazione (con esiti sul rendimento scolastico) o disturbi del sonno. Come adulto e come professionista della cura non mi aspetto che un adolescente in lutto voglia parlare di emozioni, perché questo conferma il forte vissuto di vulnerabilità che sta vivendo nell’anticamera del suo cuore. Dirsi fragile sarebbe contraddittorio rispetto alla costruzione di un’identità basata sul sentire di potercela fare e di essere al sicuro.

“POTRÒ TORNARE A DIVERTIRMI E SENTIRMI BENE NELLA MIA VITA?”

Nella grande sofferenza protratta nel tempo l’idea di futuro e di investimento su di sé, sulle proprie risorse si obnubila. L’adolescente nel tempo, se non adeguatamente supportato, rischia di cadere in un’aspirale negativa di pensiero da cui temere fortemente di non riuscire ad uscire. L’idea terrifica di una sofferenza perpetua a lungo termine può fare da sedimento a vissuti depressivi e rendere passivo il soggetto.

“VOGLIO VIVERE MA NON POSSO DIMENTICARE”

La morte mette impietosamente di fronte ad un’enorme sfida evolutiva: richiede, impone un riadattamento alla realtà scardinata nei suoi punti essenziali. Sancisce un prima e un dopo: la vita di prima è irriconoscibile, la routine si perde ed il mondo può non apparire più come quel luogo sicuro in cui affermarsi. Le strategie di adattamento che l’adolescente può scegliere variano a seconda della sua personalità e dei significati e degli aiuti che riceve dalla rete sociale di riferimento.

“CHI SONO IO? ORA CHE NON SIAMO INVINCIBILI, SIAMO FRAGILI E VULNERABILI”

Se fino al giorno prima aveva considerato immortali se stesso e le persone vicine, oggi questa credenza si sgretola di fronte all’evidenza. L’adolescenza vorrebbe conquistare il mondo. Per questo motivo, una delle risposte che ci aspettiamo da un adolescente in lutto è la totale chiusura, chiusura in sé, dalla famiglia, dalla scuola, dagli amici; oppure una negazione completa della sofferenza, una finta apertura al mondo, magari coadiuvata da alcool e droghe come anestetici al dolore. In questo senso si può registrare un chiudersi in casa o un non volerci più rientrare.

“PERCHÉ PROPRIO A ME?”

La morte non ha giustificazioni, succede e basta. Quello che la mente e il corpo registrano davanti a lei è un forte senso di impotenza e di ingiustizia. Nell’ingiustizia ci si ritrova e si subisce; le primordiali reazioni umane a questa fanno appello alla rabbia. Essa è normale e adattativa in un primo momento, una corsia preferenziale per ritrovare un senso di controllo sulla situazione, veicolo di distanziamento dal dolore.

“POSSO ANCORA SENTIRMI UGUALE AI MIEI COETANEI?”

Ciò che registra un adolescente che subisce un lutto è un sentimento di estraneità dal resto del mondo, dai suoi coetanei. Questo è sufficiente a comprendere le difficoltà a rimettersi in gioco in campo relazionale. L’identità adolescente si forma anche nella comparazione e nel senso di uguaglianza coi pari. La morte di un genitore lo espone presto ad una vicenda extra-ordinaria, detrattiva, fonte di vergogna. Sebbene la rete sociale, la scuola siano fondamentali sistemi di supporto, quello che spesso avviene è un disinvestimento dalla relazione, sentita come troppo sfidante rispetto ad un senso di valore personale. Ciò che il ragazzo fa nel sottrarsi alle relazioni è semplicemente difendersi da un senso di inferiorità e inadeguatezza rispetto ai pari.

“HO ANCORA BISOGNO DEL TUO AIUTO, ADESSO”

L’adolescente sperimenta un forte bisogno di sentire nuovamente il mondo attorno sicuro e normale e può manifestare una reale difficoltà di relazione con gli adulti di riferimento: da un lato dipendenza-attaccamento dai famigliari dall’altro aggressività-insofferenza nei confronti delle regole familiari; la sfida è complessa, capire come tenere insieme, da un canto l’offerta di sostegno dei familiari, dall’altro muoversi verso l’esplorazione autonoma del mondo esterno. Una presenza solida, costante e affettiva dell’ adulto – genitori, parenti, amici, insegnanti – è cruciale nella fase del lutto, per accompagnarlo a stare nella tristezza e nel dolore e lenire il senso solitudine e isolamento. Per garantire una presenza solida, l’adulto deve essere un riferimento ben ancorato a terra. La famiglia è il primo sistema che può accogliere e curare le ferite oppure può ammalarsi col singolo: da ambiente di resilienza a nucleo di blocco comune, in cui il sintomo di uno è cassa di risonanza per il malessere di tutti. La mancata elaborazione di un lutto può intaccare la competenza ed il funzionamento di tutto il sistema compromettendone capacità relazionali ed evolutive.

IL TEMPO TALVOLTA NON BASTA

Il periodo di lutto considerato normo-tipico è di circa un anno; quando la sofferenza e i vissuti soverchianti ostacolano il vivere quotidiano dopo un anno dell’evento è bene rivolgersi a professionisti della cura. Io, in questo ruolo, accolgo la sofferenza del ragazzo ascoltando anche quella di chi gli sta intorno, in quanto testimoni e risorsa per il cambiamento.

d.ssa Marta Lanfranco

 

Bibliografia

Di Caro S., (2017), “La psicoterapia del distacco, dinamiche intrapsichiche, funzionamenti familiari e trattamento del lutto in terapia relazionale”

Oppenheim D., (2000),“Dialoghi con i bambini sulla morte. Le fantasie, i vissuti, le parole sul lutto e sui distacchi”

Effetti di lockdown e Didattica a distanza (Dad) su bambini e ragazzi

 

 

Da una recente ricerca del Gaslini di Genova condotta su 6800 soggetti in tutta Italia emerge che «nel 65% e nel 71% dei bambini con età rispettivamente minore o maggiore di 6 anni sono insorte problematiche comportamentali e sintomi di regressione. Per quel che riguarda i bambini al di sotto dei sei anni i disturbi più frequenti sono stati l’aumento dell’irritabilità, disturbi del sonno e disturbi d’ansia (inquietudine, ansia da separazione). Nei bambini e adolescenti (età 6-18 anni) i disturbi più frequenti hanno interessato la “componente somatica” (disturbi d’ansia e somatoformi come la sensazione di mancanza d’aria) e i disturbi del sonno (difficoltà di addormentamento, difficoltà di risveglio per iniziare le lezioni per via telematica a casa)».

Le «difficoltà di addormentamento, difficoltà di risveglio» sono in genere associate a una tendenza depressiva, mentre i «disturbi del sonno» sono ormai considerati tipi della prolungata esposizione a schermi elettronici. Infatti il movimento, i colori forti, la luce violenta e le onde elettromagnetiche alterano i cicli circadiani, riattivando l’organismo. Tornando ai ragazzi tra i 6 e i 18 anni, «è stata osservata una significativa alterazione del ritmo del sonno con tendenza al "ritardo di fase” (adolescenti che vanno a letto molto più tardi e non riescono a svegliarsi al mattino), come in una sorta di “jet lag” domestico. In questa popolazione di più grandi - prosegue la ricerca del Gaslini - è stata inoltre riscontrata una aumentata instabilità emotiva con irritabilità e cambiamenti del tono dell’umore».

 

Una rassegna mondiale sulle ricerche scientifiche disponibili ha riscontrato, nei ragazzi tra i 6 e i 18 anni, l’emergenza di una serie di atteggiamenti causati dal lockdown: incertezza, paura e isolamento; disturbi del sonno, incubi, inappetenza, agitazione, inattenzione (non disattenzione: inattenzione) e ansia da separazione.

La ricerca svolta in Scozia ritiene che il lockdown sembra aver provocato sintomi simili a quelli del PTSD (sindrome post-traumatica da stress), in genere causato da un evento traumatico, catastrofico o violento. In genere, il PTSD è la sindrome dei soldati coinvolti in combattimenti pesanti.  

Una ricerca svolta in Francia ha rilevato stress, preoccupazione, ansia e senso di solitudine nella popolazione più giovane.

 

A tutto questo vanno aggiunti i danni, non ancora sperimentalmente rilevati, provocati dalla mancanza di sport e movimento, fondamentali per uno sviluppo psico-fisico equilibrato dei ragazzi e la deprivazione di sole e aria aperta per i bambini che vivono in città. E' risaputa l’importanza del gruppo dei pari nello sviluppo dei bambini e dei ragazzi; non possiamo ancora dire quali saranno le conseguenze della sua deprivazione attraverso ricerche validate, tuttavia abbiamo i dati relativi agli aumenti dei ricoveri nelle neuropsichiatrie infantili negli ultimi 12 mesi ed alla saturazione del sistema sanitario per il cresciuto numero di prese in carico oltre che le testimonianze di genitori preoccupati nell'essere testimoni impotenti del disagio dei figli.

 

La Dad è la modalità didattica privilegiata durante la chiusura delle scuole avviene tramite un media device (computer, tablet o cellulare) e può svolgersi tramite trasmissione dal vivo o registrata. 

E' dimostrato che il tempo di attenzione, rispetto alla modalità «in presenza», crolla drammaticamente nella versione «live» ed ulteriormente in quella registrata. Ci sono studi sulla popolazione di lavoratori in remoto rispetto alla maggior stanchezza e stress da video lavoro, facilmente estensibili ai più piccoli che fisiologicamente sono meno adatti a questo tipo di attività: fermi davanti a un monitor per ore.

A ciò si aggiungono difficoltà tecniche legate alla connessione, alla «tenuta» dei programmi e alla funzionalità delle periferiche (web-cam, microfoni, cuffie…), che rende ulteriormente problematico ottenere un livello accettabile di questa forma didattica.

Altro fattore fortemente significativo è l'età degli studenti dall'altra parte del monitor che va da bambini troppo piccoli per essere adatti a questo tipo di didattica a ragazzi più grandi che avrebbero bisogno di una maggior interazione affinché il contesto educativo possa svolgere la sua funzione. Non ultimo anche l'incombente presenza dei genitori è un fattore da considerare rispetto alle dinamiche che vengono a crearsi. 

L’Italian Journal of Pediatrics ha pubblicato una rassegna sulle ricerche che riguardano l’effetto dell'uso di apparati tecnologici nei bambini. Ne risulta una importante riduzione dei punteggi in matematica e nell’attenzione, con una importante perdita di efficienza. Abbiamo inoltre: obesità, sedentarietà, comportamenti alimentari dannosi, mal di testa, problemi al collo e alle spalle; disturbi del sonno; danni agli occhi (fatica, irritazione e secchezza degli occhi); infine, una successiva ridotta interazione tra i bambini e i genitori.

 

L'educazione scolastica non è meramente un travaso di conoscenze ma un apprendimento di competenze che va ben oltre alla nozioni, ma un processo volto ad accompagnare e potenziare lo sviluppo e la crescita sani oltre a fornire ai bambini e ai ragazzi gli strumenti per muoversi nel mondo, cosa difficile se non impossibile da effettuare in isolamento, attraverso un monitor, una linea instabile e, a volte, un contesto non adeguato.

A tal proposito riporto le chiare considerazioni del pedagogista Daniele Novara rispetto ai seri rischi della Dad: 

 

1) Danni in ordine allo sviluppo cognitivo

La mancanza di frequenza scolastica in presenza altera significativamente le possibilità di assorbire e metabolizzare le opportunità dell’apprendimento scolastico trasformandole in esperienza concreta. La mancanza della componente sociale deprime fortemente le basi neurologiche dell’imparare stesso, processo che è sostanzialmente improntato a una necessità di imitazione e rispecchiamento reciproco, tanto dell’insegnante verso gli alunni quanto degli alunni tra di loro. Ne risulta un sostanziale impoverimento delle risorse cognitive che vengono usate in maniera molto ridotta.

 

2) Danni da isolamento sociale

L’adolescenza, per sua natura, è l’età dell’uscita dal nucleo familiare e dal nido materno per affrontare nuove sfide orientate alla costruzione di una compagine sociale non più intra-familiare, ma fortemente connotata dall’interazione con i propri coetanei, sia per un bisogno di relazione e di contatto, ma anche per le necessità socio-affettive e affettivo-sessuali che esordiscono proprio in questo importantissimo periodo della vita. La scuola, da ormai molti decenni, rappresenta non solo il luogo dell’apprendimento formale, ma anche dell’incontro con i propri simili, in modo da costruire quei gruppi di rafforzamento evolutivo che consentono agli adolescenti di trovare un senso alle difficoltà che il passaggio dall’infanzia all’età adulta necessariamente comporta.

 

3) Danni da eccesso di uso di dispositivi virtuali

Da sempre, la scuola ha utilizzato tecnologie di varia natura per garantire l’attività didattica ai propri studenti. Le tecnologie sono indispensabili per la costruzione di unità didattiche significative e coinvolgenti. Viceversa, nella situazione che stanno vivendo gli adolescenti italiani, ossia di permanente didattica online, l’equilibrio è completamente stravolto: le tecnologie non supportano il processo didattico svolto in presenza, ma lo sostituiscono costringendo ragazzi e ragazze a una frequentazione di dispositivi tecnologici e digitali appartenenti a un mondo che è virtuale, che non è né sensoriale né fisico né materico, con gravi danni sul piano della motivazione. Viene meno, infatti, la relazione in carne e ossa con insegnanti e compagni. Tutta la storia della pedagogia è invece orientata alla necessità di condivisione sociale e sensoriale che rappresenta la base stessa del potenziamento scolastico.

 

4) Danni da regressione psico-evolutiva

È questo il punto più critico. Compaiono nelle ragazze e nei ragazzi segnali di malessere depressivo che conseguono ai punti sopra segnalati. La costrizione casalinga riavvolge il nastro della crescita all’indietro, piuttosto che in avanti, creando un inceppamento nelle fasi psico-evolutive che può generare tendenze depressive orientate in particolar modo a indolenza e refrattarietà rispetto ai compiti e alla responsabilità della vita in questo momento specifico della crescita. Si creano quindi le condizioni per comportamenti autolesivi di varia natura, ma anche per comportamenti aggressivi legati a vissuti di rabbia, di frustrazione ingestibile e di assenza di prospettiva in quanto questa situazione sembra non avere un orizzonte di conclusione.

 

Come ultima considerazione aggiungo che non abbiamo informazioni precise e definitive in merito alla contagiosità dei bambini, anzi ci sono evidenze di segno opposto. Sappiamo che la pandemia non ha colpito i bambini, non si sono verificati decessi sotto i vent’anni. Come anche il contagio da bambini a nonni non è documentato. Anzi, il 70% dei fondi babysitter è stato utilizzato proprio per pagare i nonni nel periodo del lockdown senza evidenti conseguenze.

A tal proposito cito una disamina dell’articolo di The Lancet che spiega come i bambini NON siano superdiffusori e come gli screening andrebbero usati meno a scuola e più nelle famiglie e i contatti adulti.

Il recente studio pubblicato sulla famosa rivista The Lancet smonta la nota teoria dei bambini super-spreader. I risultati di questo studio, scrivono gli autori, indicano che i bambini non sono super-diffusori di SARS-CoV-2 e che gli asili nido non sono i principali focolai di contagio virale.

Si tratta di uno studio di sieroprevalenza condotto in Francia durante il lockdown della prima ondata. Il gruppo di bambini dello studio è stato considerato ad alto rischio di contrarre COVID-19 da membri della famiglia (principalmente i loro genitori) a causa delle occupazioni dei loro genitori (operatori sanitari o altri lavoratori essenziali potenzialmente esposti a SARS-CoV-2 ).

Raggruppare questi bambini insieme in un asilo nido durante la pandemia COVID-19 era necessario, ma ha sollevato timori di una trasmissione accentuata visto che durante il lockdown l'incidenza dei contagi era elevata. Il personale dell'asilo nido doveva disinfettare le superfici interne, indossare una maschera tutto il giorno e rispettare le misure di allontanamento sociale, in particolare durante la pausa pranzo. I genitori sono stati istruiti su come verificare i sintomi dei bambini.

Questo studio ha mostrato che le misure sono stati efficaci e che l'esposizione a bambini con infezione da SARS-CoV-2 non ha comportato un aumento del rischio di infezione tra il personale dell'asilo nido, rispetto agli adulti non esposti sul lavoro. La maggior parte degli adulti era asintomatica o presentava sintomi lievi o lievi durante il blocco. Un'analisi esplorativa che confrontava adulti sieronegativi e sieropositivi ha suggerito che gli adulti sieropositivi avevano contratto per lo più l'infezione SARS-CoV-2 da un altro membro della famiglia e non dai bambini.

Non è stata trovata alcuna evidenza di trasmissione di SARS-CoV-2 negli asili nido. Nessuno dei bambini che hanno frequentato un asilo nido per tutto o parte del periodo di isolamento è risultato positivo per SARS-CoV-2 RNA.

 

E chiudo con una domanda: a fronte di tanti danni effettivi già ben visibili e di evidenze validate da ricerche o semplicemente dai fatti rispetto alla non super-contagiosità dei bambini perché la scuola così importante per il benessere presente e futuro dei più piccoli chiude?

 


 D.ssa Stefania Macchieraldo | Psicologa-Psicoterapeuta, Sociologa | Iscrizione Albo n° 7490

 

Di seguito i link alle ricerche originali relative a:



C'era un tempo sospeso in cui era concesso portare i capelli scompigliati e argentati alle mamme e calzoni alle caviglie e maniche troppo corte ai bambini;

c'era un tempo in cui il mondo si muoveva a passo d'uomo e le distanze erano quelle percorribili dal fiato e dai muscoli delle gambe;

c'era un tempo in cui fatte le provviste era sufficiente organizzarsi per scoprire che basta poco, purché buono, per nutrirci e che se rallentiamo, scopriamo di avere un tanto che è quasi troppo;

c'era un tempo in cui, per chiudere il circo del mondo fuori dalla testa, bastava, fare un sospiro, spegnere i monitor e spalancare le finestre;

c'era un tempo in cui il vicino era diventato più vicino ed il lontanissimo poteva toccarti le mani con solo un vetro a separarvi, piangendo di commozione per le stesse cose a fusi orari diversi;

c'era un tempo in cui la morte aveva avuto l'opportunità di ricordare la verità alla vita;

c'era un tempo in cui aspettare che il pane lievitasse non era tempo perso;

c'era un tempo in cui era più facile fare un passo a lato dalla fiumana umana per osservarla passare senza vertiginosamente ricaderci dentro;

c'era un tempo in cui i corpi erano traslucidi e si poteva osservare l'animo delle persone e scegliere con chi stare;

c'era un tempo che non era facile ma era vivo, crudele e spietato, come la vita.

 

Era un tempo sospeso,

sospeso sulle incertezze,

sospeso sulle verità,

sospeso sul futuro,

calato nel presente.

Era un tempo umile e consapevole.

Era un tempo dagli occhi grandi.

Scandito dalle piccole cose, a misura d'uomo.

 

Era un tempo in cui era più facile resistere alle seduzioni delle false illusioni;

era un tempo in cui era più facile disidentificarsi con il miope vanto umano;

era un tempo in cui era possibile quietare i desideri imprigionanti;

era un tempo in cui gli specchi per le allodole erano appannati.

 

Era un tempo in cui era facile assecondare il ritmo dell'anima;

era un tempo in cui era facile sintonizzarsi sulle frequenze dei bambini;

era un tempo in cui era possibile contattare la capacità di affidarsi;

era un tempo in cui era possibile illudersi di non tornare più come un tempo.

 

Certo, non era un tempo per tutti.

Certo non era un tempo per tutto.

Di certo era un tempo che per un attimo ha corso il rischio di strappare il velo dietro a cui si cela la levità della vita, battito d'ali di farfalla.

E, mentre tutto torna a scorrere, non so come fare a trattenere tra le dita la sabbia dell'intuizione che ho sentito in quel tempo.

 

(SM)

 

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Dott.ssa Stefania Macchieraldo

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